• Domande per gli amici


    « Le nuove guerre incominciano là dov’erano finite le precedenti. Anche se il punto di transizione non è perfettamente visibile, la transizione storica non solo è visibile ma si impone come risultato dei rapporti capitalistici. La sovrapproduzione di capitale, che è sempre sovrapproduzione di merci, trova nuovi sbocchi soltanto sovradimensionando il mercato. È inevitabile assistere alla risposta automatica, immediata, dell’intero ciclo di produzione, il quale comprende la guerra ».

    dal Supplemento al n. 50 della rivista N+1

    Per alcuni amici, chiedo: quanto incide sul pil nostrano la produzione di armi? Tale settore produttivo, che in questo periodo sta indubbiamente vivendo un momento di “vendemmia”, ha assunto un po’ di disoccupati in cerca di lavoro? Se sì, con quale tipo di contratto? Indeterminato, determinato o a chiamata? Inoltre, l’organizzazione del lavoro nelle fabbriche di armi prevede quale turnazione? Quante ore al giorno fanno gli impiegati e gli operai e per quanti giorni a settimana? Gli straordinari sono graditi? Esistono i rappresentanti sindacali del settore? I lavoratori sono inquadrati come metalmeccanici? C’è uno spaccio aziendale, una mensa con le razioni K.? Avendo, la merce prodotta, delle caratteristiche particolari, occorre che la fabbrica sia sorvegliata da agenti della sicurezza che operano 24 ore su 24? Se sì, costoro hanno lavorato anche ieri, domenica primo maggio?

  • Perennemente in moto

     « Nella primavera del 1950 […] ero pronto a sistemarmi da qualche parte [tra Washington D.C. e New York, ma non in città], visto che stavano per arrivare i russi e presto la Bomba sarebbe caduta nella notte. Il popolo americano era ora sistematicamente terrorizzato dal governo. Gli scolaretti venivano istruiti su come “salvarsi” in caso di bombardamento. A scuola, avrebbero dovuto nascondersi sotto i banchi. A casa, i genitori venivano esortati a costruire dei ripari nei praticelli sul retro, oppure negli scantinati. La grande macchina americana della guerra, perennemente in moto, stava ora ronzando tranquillamente, e benché fosse ancora tempo di pace (presto avremmo avuto una vera guerra in Corea), Truman aveva istituito nuovamente la leva, cosa sconosciuta negli Stati Uniti se non in tempo di guerra. Le imposte sul reddito arrivavano al novanta per cento per sostenere i costi della difesa e mantenere l’arsenale della democrazia fornito di armi, per essere in grado di aiutare tutti quei piccoli paesi amanti della pace sparpagliati sulla terra, che loro volessero oppure no. Quando venimmo a sapere, a proposito degli accordi di Ginevra del 1954, che il popolo del Vietnam del Nord e del Sud avrebbe, con libere elezioni, votato Ho Chi Minh e per il comunismo senzadio, Kissinger disse frignando: “Non abbiamo forse il diritto di salvare un popolo da se stesso?”».

    Gore Vidal, Palinsesto, “A casa sull’Hudson nella guerra fredda”, Fazi Editore, Roma 2000

  • La rivoluzione domani

    « Al generale Pièche, un piemontese in cui ha grande fiducia, Scelba ha dato venti giorni per preparare un rapporto completo sulla situazione dell’Arma e della polizia. Dopo aver ascoltato in silenzio la disastrosa relazione, chiede al generale che cosa pensa delle loro possibilità di reazione nel caso arrivi il peggio. Pièche (la sua risposta è nota) ribatte che non sono assolutamente in grado di fronteggiare un’offensiva e che se qualcuno tentasse un colpo sarebbe la fine. Meno noto, invece, il commento immediato di Scelba: “Infatti, – replica, – se io fossi comunista farei la rivoluzione domani”. »

    Corrado Pizzinelli, Scelba, Longanesi 1982 pag. 57
    estratto trovato in Davide Conti, Gli uomini di Mussolini, Einaudi 2017, Capitolo terzo; “L'uomo di fiducia di Mussolini e Scelba: Giuseppe Pièche”.
    Il periodo in cui si svolse questo dialogo è a cavallo tra il 1949 e il 1950. Scelba era ministro dell'interno e dette a Pièche l'incarico di controllare e relazionare sullo stato dell'Arma e della polizia in caso di scontri con i comunisti.
  • Il penultimo capo indiano

    Acquisto rubli, me ne bastano pochi, cento euro, una volta tanto voglio essere previdente nel caso debba attaccarmi alla canna del gas. 

    Non avrei mai creduto che la storia in diretta mi facesse patire così tanto, che l’Italia soprattutto – lo Stato, le istituzioni, i partiti, i giornali, il mondo della cultura ufficiale – riuscisse a diventarmi così schifa e intollerabile. Io non mi sento italiano in quel senso lì, in quella appartenenza lì. Senza purtroppo e senza fortuna lo sono. Ma lo sono in quanto nativo, e basta. E cerco una riserva.

    Ma come si fa, com’è possibile che il mondo delle relazioni umane, dei rapporti politici ed economici sia pressoché interamente gestito da folli testedicazzo senza un minimo di senso di umana compassione e benevolenza per i propri simili che dicono mamma, babbo, vaffanculo?

    Domande inutili. Occorre disobbedire. In questo momento è l’unica azione che ritengo possibile. Il problema è che dovrebbero cominciare a disobbedire là dove la disobbedienza provocherebbe non dico un deragliamento (in questo momento non oso sperare tanto), ma almeno un rallentamento della macchina lanciata verso la catastrofe.

    Domanda ingenua: perché la propaganda hollywoodiana, riguardo alla situazione di conflittualità e di rischio bellico mondiale, non produce film preventivi, ad esempio un rifacimento di The Day After? Anche se all’epoca, molti intellettuali ritennero che quel film non fosse altro che una metafora di quello che sarebbe accaduto agli Stati Uniti dinnanzi all’invasione commerciale dei prodotti made in Japan e al conflitto conseguente con la nazione del Sol Levante… E vabbè, sbagliarono paese d’Oriente, ma come sostiene Olympe de Gouges, la vera causa della crisi in corso, oltre che alla crisi sistemica del capitalismo, è dovuta a uno scontro tra imperi.

  • Letterina

    Caro 25 aprile,

    mi spieghi perché coloro che inviano armi al governo banderiano ucraino – e che oggi sono venuti a portarti le ghirlande e a cantare con la banda Bella ciao – non inviano armi anche ai palestinesi e agli houthi? Perché palestinesi e houthi non trovano, ogni mattina, l’invasor, o forse perché essi non hanno intercessori presso le agenzie di rating, le quali mantengono il debito pubblico italiano un gradino sopra la discarica della spazzatura?

  • Cambio casa

    Nel 2007, sulla piattaforma Blogger, nacque il blog di Un tal Lucas. All’inizio usai il dominio blogspot; successivamente decisi d’investire dieci dollari (circa) all’anno per dargli un indirizzo internet suo proprio, alterlucas.com sempre restando dentro la custodia bloggeristica sopra citata.

    Stamani m’è preso l’uzzolo di cambiare e trasferire sulla piattaforma WordPress il blog. Lo farò in forma graduale, mi darò almeno un anno di tempo. Traslocare costa sempre fatica e io non mi chiamo Ottavio.

  • Il blog di un tal Lucas

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E questo è il verde del partigiano