Vedevo un mondo

Una volta vedevo il mondo 

un mondo che adesso sembra impossibile vedere; 

un mondo dove camminare era sicuro 

che la strada non diventasse una voragine.

Vedevo il mondo e, sebbene il dolore non mancasse, 

vedevo che la maggior parte delle facce 

si compiacevano di esistere in un’epoca in cui

si vociferava che la storia fosse finita e non avesse un seguito. 

Era caduto tutto, ogni muro – 

anche se in certi luoghi, a poco a poco, 

nuovi muri venivano innalzati. 

Ma in quel mondo le contese, 

tra gli opposti pretendenti al trono, 

non prevedevano di coinvolgere gli spalti; 

la lotta era tra maschere che, sul palcoscenico,

se le davano di santa ragione, 

facendo finta, beninteso, 

perché le bastonate di riflesso

piovevano sempre addosso a noi.

Noi che a poco a poco ci siamo trasformati

da popolo a pubblico, da spettatori 

che fiatavano sul collo ai gladiatori nell’arena

a telespettatori che al massimo ruttano

mentre i mentana, coi bigodini in testa,

fanno finta di domandare, di cercare la verità.

Dovevamo essere disabituati alla lotta, 

dovevamo essere definitivamente sedati

nel torpore del dopocena. 

E anche se sappiamo che il re è nudo

ce ne stiamo in panciolle, coi pantaloni della tuta,

a palle sciolte sul sofà.

D’altronde, ci sono i buffoni di corte ad agire per noi, 

a raccontarci storielle consolanti 

per farci ridere o per far piangere 

lacrime in diretta nel caso ci fosse

da sacrificarsi un po’ e dare il nostro

contributo come richiesto dalla pubblicità.


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