Polli di allevamento

L’Italia è un paese che odio, diciamo olio, ch’è più unto e scivola meglio sui sentimenti che, auspicabilmente, dovrebbero essere il meno intensi possibile verso chi non si ama, verso chi si disprezza, verso chi non si vorrebbe aver niente a che fare e invece si ha che fare, dato che il caso ci ha piombato addosso quest’epoca e questa nazione regolata da disposizioni di legge che cozzano, ledono, rompono i coglioni al diritto di vivere la propria vita di bipede che non calpesta i piedi altrui.

Io li vedo, i miei simili, che ancora portano quello straccio pieno di microbi davanti alla bocca, impedendosi a una corretta respirazione. Li vedo – e ho pena per loro, mi mortificano, mi urtano il nervoso, li vorrei tutti mandare a fare in culo, ma non lo faccio, è un pio desiderio, Giusto. Però devo fare qualcosa. Che cosa? Cantare:

Cari, cari polli di allevamento

che odiate ormai per frustazione e non per scelta;

cari, cari polli di allevamento

con quella espressione equivoca e sempre più stravolta.

Immaginando di passarvi accanto

in una strada poco illuminata

non si sa se aspettarsi un sorriso

o un coltellata.

Dlin dlan, dlin dlon.

P.S.

Per i lavoratori costretti dai “prenditori” di lavoro a portare il cencio davanti alla bocca, sappiate: i protocolli d’intesa tra confindustria e sindacati non sono legge. Mandate a fare in culo e gli uni e, soprattutto, gli altri – i sindacani di razza padrona.


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