• Pace in terra

    Se voi foste abbastanza umani da capire

    che siete disumani così tanto da perseverare

    nel male che vi informa e nutre e che

    le vostre azioni confermano senza posa,

    allora cerchereste tutti i giorni

    di mettere la testa dentro a un secchio

    di mettervi una corda intorno al collo

    di spararvi un colpo dove batte il cuore.

    Siete così stronzi che la vostra digestione

    non può produrre lo scarto che già siete

    e perciò non vi fermate, per paura che subito

    mosconi in volo si posino leggeri

    sulla vostra putrefazione. Maledirvi

    altro non resta, in senso proprio: dire

    male di voi perché del Male siete

    l’incarnazione. Solo quando sarete

    sottoterra o trasformati in cenere

    un po’ di pace il girotondo terrestre

    intorno al sole, a poco a poco,

    nell’aere disammorbato dalle vostre facce

    potrà riavere.

  • Vedevo un mondo

    Una volta vedevo il mondo 

    un mondo che adesso sembra impossibile vedere; 

    un mondo dove camminare era sicuro 

    che la strada non diventasse una voragine.

    Vedevo il mondo e, sebbene il dolore non mancasse, 

    vedevo che la maggior parte delle facce 

    si compiacevano di esistere in un’epoca in cui

    si vociferava che la storia fosse finita e non avesse un seguito. 

    Era caduto tutto, ogni muro – 

    anche se in certi luoghi, a poco a poco, 

    nuovi muri venivano innalzati. 

    Ma in quel mondo le contese, 

    tra gli opposti pretendenti al trono, 

    non prevedevano di coinvolgere gli spalti; 

    la lotta era tra maschere che, sul palcoscenico,

    se le davano di santa ragione, 

    facendo finta, beninteso, 

    perché le bastonate di riflesso

    piovevano sempre addosso a noi.

    Noi che a poco a poco ci siamo trasformati

    da popolo a pubblico, da spettatori 

    che fiatavano sul collo ai gladiatori nell’arena

    a telespettatori che al massimo ruttano

    mentre i mentana, coi bigodini in testa,

    fanno finta di domandare, di cercare la verità.

    Dovevamo essere disabituati alla lotta, 

    dovevamo essere definitivamente sedati

    nel torpore del dopocena. 

    E anche se sappiamo che il re è nudo

    ce ne stiamo in panciolle, coi pantaloni della tuta,

    a palle sciolte sul sofà.

    D’altronde, ci sono i buffoni di corte ad agire per noi, 

    a raccontarci storielle consolanti 

    per farci ridere o per far piangere 

    lacrime in diretta nel caso ci fosse

    da sacrificarsi un po’ e dare il nostro

    contributo come richiesto dalla pubblicità.

  • 9 maggio 1945

    Mio padre Vittorio fu preso dai tedeschi, a Romena, una frazione della Toscana, nell’agosto del 1943. Aveva sedici anni, ma era alto e non ci furono storie: fu considerato “abile” per essere deportato a prestare servizio in un campo lavoro della Siemens, nei pressi di Berlino. D’altra parte gli uomini tedeschi erano tutti in guerra e qualcuno doveva pur lavorare al posto loro. Mio padre rammentava sì le tribolazioni e i patimenti, ma – forse perché non era in un campo destinato allo sterminio razziale; forse perché era giovane e aveva intorno a sé un mondo di adulti che in qualche modo lo prese in simpatia; forse perché il lavoro gli occupava la mente (aveva metà giornata libera alla domenica e persino una paghetta per comprarsi da mangiare qualcosa in più della solita zuppa di crauti e kartoffeln) -, quando raccontava in famiglia la sua avventura, lo faceva sempre in maniera incantata, come se avesse vissuto più un sogno che un incubo. In particolare, quando, in modo dettagliato, rammentava le notti dei bombardamenti su Berlino, con lui e gli altri deportati sdraiati per terra a pancia in su, in quella involontaria posizione che lo yoga chiama savasana, più che il terrore e la paura di morire, lui ricordava lo spettacolo dei fuochi d’artificio, la meraviglia dei bengala, il sibilo continuo delle bombe che piombavano sopra la città e su di essa si schiantavano in un boato che faceva tremare tutta la terra, loro compresi.

    E poi i russi che, il 9 maggio del 1945, entrarono nel campo, liberarono i prigionieri e dissero loro di tornare a casa. E a casa ci tornò, due mesi dopo, attraversando un’Europa di miseria, di macerie e di primavera che desiderava esserlo.Quando poi la consuetudine familiare, gli amici e la vita di paese ripresero nell’Italia che, di lì a poco, divenne repubblicana, a chi gli chiedeva come avesse fatto a ripartire lui rispondeva: «Ripartire? E perché? Io non mi sono mai fermato».

  • La cinquantunesima stella

    Da quando gli americani hanno conquistato l’Italia, non l’hanno più mollata e non capisco ancora cosa aspettino, gli Stati Uniti, ad aggiungere una stella in più alla loro bandiera. Una stella mediterranea, senza tanti infingimenti. Almeno il popolo italiano potrebbe – per quel che vale (zero virgola che?) – avere la garanzia di votare ogni quattro anni, DiMartedì. E la si finisse una volta buona con questa storia di essere uno stato indipendente! Avete rotto i coglioni a forza di prenderci per il culo. E ora il non eletto, il messo lì con gli osanna del Capitale, servitù annessa applaudente, non nasconde neanche più con una finzione di andare là, oltre oceano, a prendere ordini, dispacci, comandi, sì signore, un inchino, tanto carino è questo funzionario. Era meglio quando i rapporti con l’Amministrazione yankee li teneva direttamente la mafia: almenoi mafiosi ottenevano qualcosa per il territorio, da bravi uomini d’onore. Questi facente funzione di stocazzo, mezzi uomini, piglianculo,ominicchi e quacquaracquà, che non valgono il pelo di un coglione di un lavoratore sospeso perché non ha ceduto al ricatto del certificato merda, devono decidere per un’intera popolazione come se ne avessero legittimazione morale e spirituale, e non solo la merdosa formalità del raggiro costituzionale. Fate schifo, tutti. Indegni di rappresentare quel che resta di una nazione imbambolata, di milioni di individui che ancora portano la mascherina come ebeti per rispetto. Rispetto di chi? Della merda inquinata che ci rappresenta? Ma ripigliatevi, datevi una scossa, bevete un cordiale, fatevi una pippa, ricordate che avete cantato anche voi La terra dei cachi e vergognatevi. E pentitevi. Ma soprattutto: spengete quella cazzo di televisione che vi rimbomba nel cervello falsità.

  • Trampolini

     « Le circostanze in cui è caduto il fascismo sono state poi tali da rendere completamente utopistico ogni spirito rivoluzionario. Non è possibile fare delle innovazioni radicali con la presenza delle truppe di occupazione. Il governo inglese e quello americano considerano il nostro paese come un possibile trampolino di lancio nella prossima guerra contro la Russia e hanno tutto l’interesse ad appoggiare i reazionari, loro eventuali alleati contro i comunisti. È vero. Noi abbiamo perduto la partita. Ma le carte che avevamo in mano non ci permettevamo di vincerla. »

    Lettera di Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini del 20 marzo 1946, in G. Salvemini, Lettere dall’America

  • Polli di allevamento

    L’Italia è un paese che odio, diciamo olio, ch’è più unto e scivola meglio sui sentimenti che, auspicabilmente, dovrebbero essere il meno intensi possibile verso chi non si ama, verso chi si disprezza, verso chi non si vorrebbe aver niente a che fare e invece si ha che fare, dato che il caso ci ha piombato addosso quest’epoca e questa nazione regolata da disposizioni di legge che cozzano, ledono, rompono i coglioni al diritto di vivere la propria vita di bipede che non calpesta i piedi altrui.

    Io li vedo, i miei simili, che ancora portano quello straccio pieno di microbi davanti alla bocca, impedendosi a una corretta respirazione. Li vedo – e ho pena per loro, mi mortificano, mi urtano il nervoso, li vorrei tutti mandare a fare in culo, ma non lo faccio, è un pio desiderio, Giusto. Però devo fare qualcosa. Che cosa? Cantare:

    Cari, cari polli di allevamento

    che odiate ormai per frustazione e non per scelta;

    cari, cari polli di allevamento

    con quella espressione equivoca e sempre più stravolta.

    Immaginando di passarvi accanto

    in una strada poco illuminata

    non si sa se aspettarsi un sorriso

    o un coltellata.

    Dlin dlan, dlin dlon.

    P.S.

    Per i lavoratori costretti dai “prenditori” di lavoro a portare il cencio davanti alla bocca, sappiate: i protocolli d’intesa tra confindustria e sindacati non sono legge. Mandate a fare in culo e gli uni e, soprattutto, gli altri – i sindacani di razza padrona.

  • Mistero degli Esteri

    « Superfluo, superfluo… Magnifica parola, e ben trovata. Più penetro in me stesso ed esploro con attenzione la mia vita passata, più mi convinco che questo termine risponde rigorosamente a verità. Superfluo, appunto. Termine che ad altre persone non si applicherebbe… Ci sono persone cattive, buone, intelligenti, sciocche, piacevoli e sgradevoli; ma non… superflue. Cioè, vorrei che mi si capisse: anche di costoro l’universo può fare a meno; ma l’inutilità non rappresenta la loro caratteristica principale, non è il loro tratto distintivo e, quando vi capita di parlare di costoro, ‘superfluo’ non è la prima parola che vi si arrampica sulla punta della lingua. Per quanto riguarda me, invece, altro non si può dire se non: superfluo; e fine del discorso. Una persona in sovrappiù: tutto qua. »

    Ivan Sergeevič Turgenev, Diario di un uomo superfluo, (traduzione di A. Niero), Voland, Roma 2014

  • Domande per gli amici


    « Le nuove guerre incominciano là dov’erano finite le precedenti. Anche se il punto di transizione non è perfettamente visibile, la transizione storica non solo è visibile ma si impone come risultato dei rapporti capitalistici. La sovrapproduzione di capitale, che è sempre sovrapproduzione di merci, trova nuovi sbocchi soltanto sovradimensionando il mercato. È inevitabile assistere alla risposta automatica, immediata, dell’intero ciclo di produzione, il quale comprende la guerra ».

    dal Supplemento al n. 50 della rivista N+1

    Per alcuni amici, chiedo: quanto incide sul pil nostrano la produzione di armi? Tale settore produttivo, che in questo periodo sta indubbiamente vivendo un momento di “vendemmia”, ha assunto un po’ di disoccupati in cerca di lavoro? Se sì, con quale tipo di contratto? Indeterminato, determinato o a chiamata? Inoltre, l’organizzazione del lavoro nelle fabbriche di armi prevede quale turnazione? Quante ore al giorno fanno gli impiegati e gli operai e per quanti giorni a settimana? Gli straordinari sono graditi? Esistono i rappresentanti sindacali del settore? I lavoratori sono inquadrati come metalmeccanici? C’è uno spaccio aziendale, una mensa con le razioni K.? Avendo, la merce prodotta, delle caratteristiche particolari, occorre che la fabbrica sia sorvegliata da agenti della sicurezza che operano 24 ore su 24? Se sì, costoro hanno lavorato anche ieri, domenica primo maggio?

  • Perennemente in moto

     « Nella primavera del 1950 […] ero pronto a sistemarmi da qualche parte [tra Washington D.C. e New York, ma non in città], visto che stavano per arrivare i russi e presto la Bomba sarebbe caduta nella notte. Il popolo americano era ora sistematicamente terrorizzato dal governo. Gli scolaretti venivano istruiti su come “salvarsi” in caso di bombardamento. A scuola, avrebbero dovuto nascondersi sotto i banchi. A casa, i genitori venivano esortati a costruire dei ripari nei praticelli sul retro, oppure negli scantinati. La grande macchina americana della guerra, perennemente in moto, stava ora ronzando tranquillamente, e benché fosse ancora tempo di pace (presto avremmo avuto una vera guerra in Corea), Truman aveva istituito nuovamente la leva, cosa sconosciuta negli Stati Uniti se non in tempo di guerra. Le imposte sul reddito arrivavano al novanta per cento per sostenere i costi della difesa e mantenere l’arsenale della democrazia fornito di armi, per essere in grado di aiutare tutti quei piccoli paesi amanti della pace sparpagliati sulla terra, che loro volessero oppure no. Quando venimmo a sapere, a proposito degli accordi di Ginevra del 1954, che il popolo del Vietnam del Nord e del Sud avrebbe, con libere elezioni, votato Ho Chi Minh e per il comunismo senzadio, Kissinger disse frignando: “Non abbiamo forse il diritto di salvare un popolo da se stesso?”».

    Gore Vidal, Palinsesto, “A casa sull’Hudson nella guerra fredda”, Fazi Editore, Roma 2000

  • La rivoluzione domani

    « Al generale Pièche, un piemontese in cui ha grande fiducia, Scelba ha dato venti giorni per preparare un rapporto completo sulla situazione dell’Arma e della polizia. Dopo aver ascoltato in silenzio la disastrosa relazione, chiede al generale che cosa pensa delle loro possibilità di reazione nel caso arrivi il peggio. Pièche (la sua risposta è nota) ribatte che non sono assolutamente in grado di fronteggiare un’offensiva e che se qualcuno tentasse un colpo sarebbe la fine. Meno noto, invece, il commento immediato di Scelba: “Infatti, – replica, – se io fossi comunista farei la rivoluzione domani”. »

    Corrado Pizzinelli, Scelba, Longanesi 1982 pag. 57
    estratto trovato in Davide Conti, Gli uomini di Mussolini, Einaudi 2017, Capitolo terzo; “L'uomo di fiducia di Mussolini e Scelba: Giuseppe Pièche”.
    Il periodo in cui si svolse questo dialogo è a cavallo tra il 1949 e il 1950. Scelba era ministro dell'interno e dette a Pièche l'incarico di controllare e relazionare sullo stato dell'Arma e della polizia in caso di scontri con i comunisti.
E questo è il verde del partigiano